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Il malato, fu preso poi in cura da una èquipe medica efficientissima: fecero di tutto – col bisturi, le radiazioni, i farmaci – riuscendo a farlo vivere un paio di mesi oltre la media statistica di quei casi. E’ vero, non parlarono mai al malato della prognosi e delle strategie terapeutiche a cui lo sottoponevano, ma fecero veramente “tutto il possibile”: lo dissero anche ai parenti, quando li incrociarono fuggevolmente in corridoio, dopo che il malato era diventato improvvisamente un morto, senza essere mai stato riconosciuto come morente. E passarono oltre, tranquilli in coscienza”.

Questa iconografia vuol costituire solo un espediente letterario, non vuol dire che è sempre così, non sono corrette le generalizzazioni.

Molto più normale è la constatazione che nel momento in cui la medicina sembra aver raggiunto il massimo potenziale diagnostico e terapeutico della sua storia, nell’ambito assistenziale, sembra aver accentrato la sua attenzione peculiare sulla patologia piuttosto che sulla persona che ne è affetta, così che comunemente si parla della necessità di una umanizzazione della medicina. E’ un primo paradosso: la scienza medica è per sua natura umana, se non è umana non si vede cosa possa essere.

Un ulteriore paradosso è constatabile nelle modalità di discussione sull’assistenza nella fase terminale della malattia, particolari aspetti terapeutici visti però nella prospettiva del diritto e dell’etica. Anche qui si può leggere un altro paradosso: alle discussioni – peraltro limitate all’aspetto etico per migliorare le condizioni di vita nelle fasi ultime, non corrispondono ulteriori discussioni sulla situazione di quella persona che si definisce paziente, e che non è sempre obbligatorio, che diventi un morente.

Un paziente che non è sempre da idealizzare. Nelle società dominate dal mercato, costituito dalla soddisfazione dei desideri individuali, si tende a far sì che la medicina corra il rischio di non essere semplicemente un mezzo di confronto con la malattia e la salute, come nelle concezioni tradizionali, ma anche di diventare un insieme di atti e tecniche neutrali, da usarsi come la persona ritiene più conveniente, soggetti solo a limiti economici.

Ma anche per il medico la situazione, dal punto di vista umano, può presentare delle difficoltà. Una puntualizzazione: particolarmente chi lavora in ambito assistenziale è quotidianamente assediato da situazioni di sofferenza, dalle quali - se il paziente ha la speranza di uscirne - per gli operatori sanitari è lo sfondo di tutta la vita lavorativa. Al necessario benessere psicologico e spirituale basterà esercitare la professione nella sola prospettiva della Evidence Based Medicine, cioè della medicina basata sulle evidenze, con certezze scientifiche, e quindi codificate secondo precisi schematismi? E’ una esegesi forzata ma può servire a descrivere una pratica professionale.

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