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Introduzione

di Massimo Petrini

Io sono stato creato in dono a chi mi sta vicino e chi mi sta vicino è stato creato in dono per me (Chiara Lubich)

In occasione del Convegno Internazionale “Comunicazione e relazionalità in medicina: nuove prospettive per l’agire medico”, organizzato dalla Associazione “M.D.C. – Medicina Dialogo Comunione” e svoltosi a Roma presso il Policlinico “A. Gemelli” della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore il 16 e 17 febbraio 2007, alcuni docenti sono stati invitati ad offrire una riflessione su quanto avevano maturato nella quotidianità del loro agire medico e nell’edificazione di relazioni interpersonali autentiche.

Allo scopo, erano state formulate due brevi domande, che potevano rappresentare una guida per la stesura dell’elaborato:

  1. «Io sono stato creato in dono a chi mi sta vicino e chi mi sta vicino è stato creato in dono per me» (Chiara Lubich). Quale episodio ricorda come particolarmente significativo nella sua esperienza clinica, a contatto con il paziente, in cui questa interrelazione è stata determinante per la sua formazione professionale?
  2. Più che mai oggi il medico ha bisogno di imparare “l’arte del relazionarsi”. Quali strategie deve applicare un’équipe multidisciplinare per realizzare un’autentica relazione alla luce della fraternità? In quale situazione ha avuto modo di sperimentarne l’efficacia?

È una sfida riuscire a tratteggiare i punti salienti emersi nei diversi contributi, per cui è d’obbligo rimandare alla lettura dei testi per l’impossibilità di evidenziarne la ricchezza e la profondità che attinge ad esperienze di vita. Proviamo comunque a delineare alcuni aspetti.

Dalle risposte si evince che il discorso sulla relazionalità è un discorso concreto, collocato realisticamente nel contesto della medicina attuale, che presenta aspetti del tutto peculiari rispetto al passato, in particolare per il sempre più frequente ricorso alla tecnologia, per la stessa organizzazione sanitaria, e, ancora, per il numero delle specializzazioni: tutti elementi che hanno portato la medicina a traguardi scientifici elevatissimi, ma che hanno avuto anche effetti collaterali di rilievo.

Le risposte dei docenti, e il Convegno stesso, sono stati anche un momento di riflessione sulla pratica medica: quando si pensa alla crisi che la medicina sta attraversando, «le occasioni per una meditazione profonda sugli scopi della professione non sono mai abbastanza e l’opportunità di ritrovare il senso dell’impegno morale non è il vagheggiamento di un’affermazione nostalgica» (E. Parodi).

Si è osservato infatti che proprio oggi che la medicina ha raggiunto i massimi poteri terapeutici della sua storia, molte critiche arrivano dai pazienti, insoddisfatti dei rapporti con i medici, ma anche con l’organizzazione sanitaria; insoddisfazione dovuta a quella “inumanità”, almeno apparente, che contraddistingue in via generale i rapporti. L’attenzione precipua è per la componente fisica della persona, mentre si trascura l’aspetto psicologico e spirituale, dimensioni però che qualsiasi patologia influenza notevolmente. Si è parlato e si parla, anche in ambito sanitario, della necessità di un’umanizzazione della medicina, frase che però sembra una contraddizione in termini poiché, se la medicina non è umana, non si vede quale altra possa essere la sua caratterizzazione.

L’esperienza clinica insegna che la risposta alla condizione dell’essere malato è rilevante tanto quanto i sintomi della malattia e che è fondamentale non dimenticare mai, sul piano della prassi e su quello della teoria, il legame con la dimensione percettiva di chi è colpito dalla malattia (di nuovo E. Parodi).

Si può quindi primariamente affermare che dalle risposte contenute in queste pagine si ricava una prospettiva realistica del mondo della medicina, ma anche della necessità di una migliore relazionalità con il paziente, così come con i colleghi e con gli operatori sanitari. D’altra parte, è scontato che se l’équipe di cura riesce a stabilire al suo interno un buon clima relazionale, è probabile che lo stesso clima connoterà il rapporto con il paziente, considerato che le due cose sono strettamente collegate.

Oggi, in molti ambiti filosofici, scientifici e anche medici si avverte sempre più la necessità del cosiddetto approccio pluridisciplinare. Si tratta di una convergenza metodologica che, per superare l’impasse del riduttivismo (specialistico) tecnico-scientifico, ritiene che dalla sommatoria dei diversi apporti specialistici si arrivi a conoscere esaurientemente tutta la realtà di un malato. «Conosce di più, ma è realmente un approccio in grado di cogliere la verità sul malato e la sua condizione di persona che soffre di un limite, quale è la malattia?» (P. Polisca).

«In un mondo di individualismo e di invidie, elementi più che mai accentuati a livello della professione medica, forse anche per le grandi responsabilità insite in essa, risulta però molto difficile un sereno rapporto di fiducia e di collaborazione tra colleghi e addirittura con il personale parasanitario. Tutto ciò è accentuato nel mondo accademico, dove istituzionalmente vige una rigida gerarchia, consolidata da secoli di consuetudine, e nel quale l’arrivismo è forse maggiore che altrove» (F. Freda, cf. anche A. Ferrara). Certamente, non si può prescindere da una struttura gerarchica, e anche per questo risulta difficile un sereno rapporto con e tra dirigenti (ancora F. Freda). Il rapporto tra colleghi e con il personale parasanitario, però, si può realizzare in serenità, connotandolo di fiducia e rispetto, cercando di valorizzare il positivo. Sulla fiducia e sul rispetto si può costruire anche un corretto rapporto interdisciplinare e un corretto contributo per il funzionamento dell’apparato sanitario. In un grande ospedale la collaborazione tra le diverse figure professionali rappresenta uno dei nodi fondamentali. «Quando si lavora insieme per uno scopo comune, che è il prendersi cura dei pazienti nel miglior modo possibile, le diverse competenze ed esperienze professionali costituiscono un arricchimento reciproco» (G. Bonoldi).

La strada, allora, deve proseguire oltre la pluridisciplinarietà. «Oltre si trova l’oceano sconfinato dei valori umani e spirituali. L’essere soggetto dell’attenzione clinic, è una (...) persona, con i suoi sentimenti, le sue aspirazioni, le sue sofferenze che nessuna tecnologia potrà mai cogliere pienamente» (P. Polisca).

L’approccio che si può proporre è «un approccio che si può definire metadisciplinare. Nella particella meta- si trovano inscritti tutti gli elementi il più delle volte non quantizzabili né suscettibili di analisi statistica che sono i costitutivi essenziali della persona sofferente (...) la metadisciplinarietà in fin dei conti coincide con uno sguardo metafisico sulla persona» (id.).

Il mondo della medicina

«La metodologia della conoscenza in medicina, al giorno d’oggi, si avvale della sempre più spinta e ardita analisi dei fenomeni patologici e in particolare della sempre più efficiente analisi biologica. Si assiste perciò ad un approccio di tipo riduttivo, si suddivide sempre più l’analisi biologica per meglio descriverla. I risultati di tale approccio sono indubbiamente stati fecondi. (...) Ma da una più profonda riflessione si avvertono alcuni svantaggi di tale approccio: l’individuo (...) cioè colui che per sua natura non è divisibile, è stato smembrato con conseguenti ripercussioni psichiche nonché fisiche: il paziente spera in una comprensione globale del proprio essere da parte del suo medico, ma questa specializzazione ha comportato anche come conseguenza che potrebbe non esistere, a tutt’oggi, per ogni paziente, il suo medico» (di nuovo P. Polisca, cf. anche G. Lambertenghi Deliliers che mette in luce l’impoverimento antropologico della medicina).

I cambiamenti coinvolgono, però, non solo il medico, ma anche il paziente. Un nuovo paziente, che, grazie al dilagare dei mezzi di comunicazione, appare più informato, accampa diritti, ha più pretese, vuole coinvolgere il medico nelle proprie scelte. E i cambiamenti, poi, hanno interessato la stessa organizzazione sanitaria: la burocrazia che ha rivestito l’atto medico, l’ospedale concepito come azienda, la carriera del medico che sembra più legata a logiche di lottizzazione partitica e connotata da un estremo individualismo... (ancora G. Lambertenghi Deliliers).

Il risultato è che molte volte si ha l’impressione che si sia smarrita «la bussola di fronte alla complessità e alla ricchezza del rapporto con il paziente» (M. Gangemi).

A questo punto però è necessario sottolineare che le risposte dei docenti non sono e non vogliono essere solo un “cahier de doléances”, perché numerosi sono gli auspici di un cambiamento – d’altra parte gli autori delle risposte sono personalmente impegnati in questo processo –, ma di un cambiamento scientificamente fondato.

Nel periodo attuale, infatti, in cui «dominano la tecnologia da una parte, e il ritorno economico dall’altra, puntare esclusivamente sul messaggio etico-individuale non può più portare a risultati pienamente soddisfacenti; è indispensabile invece trovare le motivazioni giuste per discutere di una “nuova solidarietà”. Nuova perché (...) sappia anche trovare una giustificazione in comportamenti capaci di ottimizzare l’efficacia e l’efficienza degli interventi assistenziali, realizzati non attraverso iniziative singole, ma con la partecipazione di tutta la comunità» (P. Carbonin). Si propone quindi, nel medesimo contributo, l’educazione ad una nuova solidarietà, con l’incentivazione di programmi per migliorare l’assistenza nella doppia prospettiva dell’etica e della professionalità.

C’è bisogno urgente di scelte e progetti nuovi, come afferma G. Lambertenghi Deliliers, che «consentano di avviare una fase di speranza e un costume che vada oltre l’individualismo, la grettezza, la paura di uscire dal sé, dalle proprie modeste certezze (...) Occorrono una rinnovata azione culturale e un forte impegno di educazione delle coscienze, che non possono non avere altro punto di partenza che la riscoperta della vera autentica concezione della persona umana».

Constatato quindi il mondo della medicina con le sue luci e le sue ombre, veniamo ora a vedere come si rileva, negli ulteriori contributi, il rapporto con il malato nella prospettiva della relazionalità e della comunicazione.

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