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Il dolore innocenteQuasi quotidianamente mi trovo in situazioni in cui ogni logica umana è destinata a saltare per far posto agli interrogativi del mistero. Di fronte a bambini con difetti congeniti gravi, concepiti già ammalati e che si tenta i tutti i modi di non far nascere, intuisco spesso, e non so spiegare a parole, che questo incontro non è fortuito ma carico di significati. I bambini concepiti già ammalati mi si presentano come un grande dono per l’umanità e un occasione unica offerta agli uomini per diventare e dimostrarsi tali. Il dono di questi martiri inermi e innocenti consiste nel farci avvicinare alla vita con ottiche che esulano dal senso comune, ma che allargano gli orizzonti dello spirito.

Queste vite, apparentemente rivestite della sola cruda e nuda sofferenza, possono provocare reazioni disparate e opposte. Si può reagire con il rifiuto, dettato da un istintivo senso di autodifesa, si può sperare che la loro e la nostra sofferenza termini in tempi brevi, si può scatenare una reazione di amore, si può guardare a loro come strumento di conoscenza.

Personalmente, cerco di fare con amore quel pochissimo che mi si chiede dal mio lavoro. Confesso che a volte spero, per i genitori, che quelle sofferenze terminino al più presto, il più delle volte mi soffermo a riflettere.

La prima considerazione che emerge, nello stordimento dell’intelletto, può sgorgare solo dalla fede religiosa che professo. La sofferenza, direi quasi costituzionale, di queste piccole vite rimanda al mistero e alla sapienza della Croce. La redenzione dell’umanità è legata a Cristo crocifisso e a tutte le anime generose che hanno accettato di fargli compagnia sul Calvario. Ho la sensazione di avvertire un coro di voci, all’unisono con san Paolo, che esclama: «completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa».

Non so pensare altro e, ammutolito, pronunzio in silenzio un timido e tremulo «grazie».

Penso ancora all’umanità in buona salute fisica che perde spesso occasioni preziose per riscattarsi e per progredire. Queste vite sofferenti si offrono come strumenti per risalire di qualche gradino il lungo e tortuoso cammino della civiltà e crescere sulla via dell’umanesimo.

La scienza medica, invece, sta impegnando molte risorse per identificarli in epoca precocissima di gravidanza o per selezionarli attraverso tecniche di concepimenti in vitro. Ma anche da questo punto di vista, strettamente materiale, si commette un errore strategico. La scienza e la conoscenza progrediscono attraverso la ricerca e lo studio delle malattie e dei malati. Grazie al sacrificio di tanti fratelli ammalati siamo arrivati alle conoscenze che consentono oggi la guarigione di molte malattie. Abolire il sofferente e la sofferenza fin dal loro concepimento significa privarsi anche della possibilità di conoscerla e superarla.

Più che l’arte di relazionarsi, avverto di continuo l’esigenza di una formazione interiore che consenta di relazionarsi con amore. Il mio lavoro di genetista è basato fondamentalmente sulla comunicazione di condizioni biologiche spesso critiche e gravi.

A volte bisogna comunicare alla coppia una condizione di infertilità irreversibile, il rischio di avere figli ammalati, la presenza di un figlio ammalato in utero.

Questa comunicazione non è mai ottimale perché chi la porge non può mai abituarsi ad essa e rimanere in qualche modo vaccinato, mentre chi la riceve è investito da una tristezza quasi innaturale e crudele perché non si è mai preparati ad eventi di questo tipo.

Il sistema della comunicazione non funziona bene perché è debole in molti settori. La coppia arriva spesso al concepimento con una scarsa maturità umana e una conoscenza biologica quanto meno superficiale. Chi accoglie la coppia tende a comportarsi più da tecnico che da fratello; spesso la coppia sofferente è motivo di lucro per chi la riceve; dopo la brutta notizia, la coppia si sente sola, abbandonata a se stessa, incapace di sopportare un peso così gravoso, spesso colpevolizzata. Il nascituro ammalato trova un’organizzazione sociosanitaria molto debole.

La gestione di una coppia con problemi genetici richiede necessariamente competenze multiple e, sarebbe augurabile, all’unisono sul piano della bioetica. Pensare alla comunicazione di un evento triste con la prospettiva di un’accettazione serena da parte della coppia e la garanzia di un sostegno sociale a tutti i livelli, è una prospettiva che solo la civiltà dell’amore può fare immaginare.

di Leopoldo Zelante

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