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La pratica medica quotidiana, legata com’è alla relazione interpersonale, ha sempre conservato una dimensione extra-scientifica, che informa l’agire del medico in maniera decisiva, parallelamente al ragionamento clinico, fondato su fatti costatati obiettivamente, analizzati statisticamente ed interpretati alla luce delle conoscenze biochimiche e fisiopatologiche. È, tuttavia, osservazione comune che negli ultimi decenni, sotto la spinta del progresso scientifico-tecnico da un lato e di motivazioni socio-economiche dall’altro, il primo di questi due aspetti della medicina, quello che la associa alle discipline umanistiche oltre che alle scienze positive, si è andato progressivamente dileguando.

Dal primo numero del 2008 (il 9606 dell’11 gennaio) il Lancetdedica un articolo alla settimana, inserito nella rubrica “Perspectives”, alla medicina intesa come arte. I tre pubblicati finora trattano dell’assistenza ai pazienti la cui integrità fisica è gravemente compromessa 1, del ruolo che la letteratura e la poesia possono svolgere nella pratica medica 2 e di come la medicina ha influenzato, in diversi pensatori, la concezione del mondo e la formulazione di utopie sociali 3.

Le prospettive suggerite da questi brevi lavori sono particolarmente stimolanti. Per chi non si rassegna a ridurre l’assistenza medica ad un “carico” da sostenere – volendo usare un linguaggio da economisti – o ad un “impegno” da affrontare, come direbbe qualche psicologo; per chi non è d’accordo a considerarla semplicemente in termini di risorse da impiegare, come potrebbero fare i gestori dei servizi sociali, od anche solo come un’abilità tecnica – atteggiamento presente in molti di noi medici – 1, la riflessione sul senso del nostro operato è fondamentale. Kleinman, Ofri e Lawrence ci mostrano che le scienze umane (letteratura, storia, musica, etica) e la religione possono offrire un contributo importante a sviluppare la capacità di assistere, la quale è, secondo Kleinman, “una qualità esistenziale” dell’uomo che va fatta crescere. Il medico deve imparare a riconoscere il paziente come essere umano sofferente e ad offrirgli mezzi opportuni per affrontare la sua difficoltà: a tale scopo, l’autore sostiene l’importanza di collegare, nei programmi universitari, lo studio teorico della medicina con l’esperienza concreta e con una opportuna formazione umanistica.

1. Kleinman A. The art of medicine. Catastrophe and caregiving: the failure of medicine as an art. Lancet 2008; 371: 22-23.

2. Ofri D. The art of medicine. The muse on the medical wards. Lancet 2008; 371: 110-111.

3. Lawrence C. The art of medicine. Hippocrates, society, and utopia. Lancet 2008; 371: 198-199.

http://www.thelancet.com/

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