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Personalizzare l’assistenza richiede di considerare unico ogni paziente nella sua globalità

 

Oggi, anche nei documenti dell’Organizzazione Mondiale della Salute, si è arrivati a considerare la salute come attenzione alla persona nella sua globalità, quindi non solo alla salute fisica, ma anche alla salute psico-mentale, spirituale, sociale, ambientale.
Eppure ancora oggi la formazione che riceviamo come medici o professionisti sanitari è spesso centrata sulla considerazione puramente scientifica della patologia: si dà attenzione soprattutto ai processi biologici in vista di una diagnosi, su cui impostare le terapie nella prospettiva di una guarigione clinica.
Si richiede quindi una nuova formazione, che comprenda tutte le dimensioni della persona, in quanto tutte concorrono allo stato di salute. Gli stessi sviluppi scientifici sempre più evidenziano come l’aspetto psichico, quello sociale e quello spirituale influenzino tra gli altri anche lo stato immunitario e il sistema endocrino, con una ricaduta diretta, quindi, sulla salute fisica della persona. Infatti, la stessa patologia può manifestarsi in modo più o meno grave anche a seconda dello stress che essa provoca sulla persona in termini di paure, ansie, aspettative, etc., o a seconda della presenza o meno del supporto affettivo della famiglia, degli amici, o a seconda della presenza o meno di una esperienza spirituale che può dare una motivazione a vario livello sul vissuto della malattia. In questa prospettiva diventa fondamentale conoscere anche il contesto culturale in cui la persona vive, in quanto l'esperienza della malattia è, tra l’altro, anche influenzata da specifiche credenze che riguardano il corpo, le sue normali funzioni, il sé, la famiglia e la rete sociale, le cause e le conseguenze della malattia stessa, il tipo di aiuto e di cura cercati, l'ubbidienza al medico, la soddisfazione provata e molti altri fattori correlati.
Tra l’altro, il riuscire ad entrare nel vissuto della malattia del paziente, con tutte queste dimensioni a cui abbiamo accennato, ci permetterà poi di poter gestire insieme al paziente la sua malattia non soltanto con la cura farmacologica o il piano terapeutico in senso stretto, ma anche prendendo in considerazione gli eventuali altri fattori psichici, sociali e spirituali emersi nel consulto. In questi giorni avremo modo di parlare e di scambiarci le varie esperienze su tutti questi aspetti.
E’ cruciale allora che ogni operatore sanitario tenga conto di tutto questo nel rapporto con il paziente.
Si può affermare che ogni domanda di cura contiene anche una esigenza di relazione. Ignorare questa dimensione, significherebbe ridurre la medicina ad applicazione di una tecnica, ad una prestazione di servizi, mentre in primo luogo è l’incontro con una persona.
La qualità del colloquio clinico non dipende solo dall’applicazione di conoscenze scientifiche o dalle «abilità» comunicative da parte dell’operatore, ma anche dalla sua capacità di “entrare” nel vissuto del paziente. Il processo assistenziale non può essere considerato un protocollo da scomporre in procedure, perché vi è implicata una dimensione umana imprevedibile, non standardizzabile, da giocare dentro la relazione personale, reciprocamente.
Nessun gesto di cura avrebbe lo stesso effetto senza entrare in relazione con l’altro. Questo vale anche quando l’altro non è in grado di esprimersi verbalmente. D’altronde è noto che il linguaggio verbale costituisce la percentuale minore nella comunicazione, rispetto al linguaggio corporeo (gesti, tono della voce, ecc.).
Adesso, in particolare, vorrei soffermarmi sull’aspetto spirituale, che non sempre viene preso in considerazione e sul quale, invece, sono sempre più numerose le ricerche che riguardano la sua importanza per quanti si trovano in situazioni di malattia, di disabilità, di lutto.
E’ stato detto che la spiritualità è spesso il “fattore dimenticato” in medicina e ci si augura che la spiritualità sia inserita nei curricula degli studi in medicina.
Una formazione importante per gli operatori in questo ambito, si può acquisire attraverso corsi specifici che si stanno sviluppando anche in ambito accademico, per approfondire le possibili implicazioni di spiritualità e religiosità sui molteplici aspetti clinici, psicologici, ecc. Sono sicuramente di aiuto per prendere consapevolezza di quanto questa dimensione sia determinante nella relazione di cura ed per imparare a considerarla nel rapporto con il paziente.
Ma forse non è sufficiente: l’attenzione ai bisogni spirituali dei pazienti presuppone che gli operatori coltivino in se stessi la dimensione spirituale insita in ciascuno, anche se non necessariamente deve esprimersi in categorie religiose.
Occorre dunque considerare l’apporto personale di ogni operatore, cioè la spiritualità vissuta nel quotidiano, che richiede un coinvolgimento personale: come coltivarla, mantenerla viva giorno dopo giorno, tradurla nel lavoro assistenziale con ogni paziente, ma anche con i colleghi, con i superiori, con i responsabili della gestione organizzativa?
Forse ogni persona fra i presenti, coinvolta a vario titolo nel mondo assistenziale, potrebbe offrire una sua risposta.
Le implicazioni assistenziali
In questo momento vorrei offrire alcune modalità sperimentate e condivise da molti professionisti, di varie competenze, provenienze geografiche e culturali, che ispirano la loro vita e quindi anche la loro professione ai valori insiti nella spiritualità di Chiara Lubich, che si propone di contribuire alla fraternità universale e che richiede a ciascuno di dare il proprio contributo.
Nella relazione con il paziente, per tradurre le convinzioni spirituali nell’impegno assistenziale, si sono dimostrate efficaci alcune strategie, come l’ascolto.
Ascoltare non è lo stesso che essere d'accordo, è piuttosto rispettare l'idea dell'altro, anche se è contraria alla nostra. Chi sa ascoltare impara a parlare senza sprecare le parole, parla soltanto nel momento giusto. L’ascolto richiede di spostare preoccupazioni, giudizi, interpretazioni affrettate, per fare posto a quanto l’altro vuole comunicare, con parole, sguardi, silenzi. Anche il silenzio è comunicazione, a volte più eloquente di quanto si possa cogliere in un dialogo.
Oltre al silenzio di chi ascolta, deve esserci spazio anche per il silenzio del paziente. A volte, col suo silenzio, vuole dirci che ha bisogno di riflettere, o intende avvertirci che si sente bloccato per qualcosa che ha colto in noi o nell'ambiente, in altri momenti forse ci rivolge l'invito a dargli una mano, a fargli una domanda.
Ancora, concentrarsi nel momento presente.
Lo sforzo a calarsi nel momento presente libera dalla fretta e da condizionamenti che potrebbero offuscare la decisione da prendere. E’ di aiuto per riuscire ad entrare nell’animo dell’altro, per mettersi nella sua situazione, per provare a cogliere i suoi problemi, i suoi bisogni. Atteggiamento questo che può venire definito come empatia, cioè la capacità di comprendere le esperienze e la prospettiva interiore del paziente e di riuscire a comunicargli questa comprensione. Entrambi gli aspetti sono importanti: cercare di capire l'esperienza del paziente, ma anche fare in modo che il paziente avverta che siamo in grado di farlo, o almeno che stiamo provando. Si potrebbe esprimere anche con: “farsi uno”, che dà l’idea del provare a cogliere quanto sta vivendo l’altro, cercando di mettersi nella sua situazione, nella sua pelle . Si parla molto oggi di medicina personalizzata, o medicina di precisione: un percorso di cura che considera il profilo biologico di ogni singolo paziente per arrivare a diagnosi e strategie terapeutiche di precisione, ma si propone uguale attenzione anche alla dimensione psicologica, sociale e culturale, alla peculiarità del paziente.
Prima di tutto, personalizzare l’assistenza richiede di considerare unico ogni paziente nella sua globalità e dargliene la sensazione. Richiede di considerare la persona che si ha di fronte come fosse la sola che si incontrerà nella giornata, senza pensare al paziente precedente o a quello che sta aspettando. Richiede ancora di non fare distinzioni fra chi presenta patologie di maggiore interesse clinico, che potrebbero dare soddisfazione sul piano professionale per i possibili successi terapeutici e chi invece suscita un minore interesse nella prospettiva di una mancanza di risultati, quantomeno misurabili sul piano clinico.
Ancora, come operatori è importante prendere l’iniziativa nel rapporto con il paziente.
E’ un’affermazione che potrebbe sembrare ovvia: generalmente è il medico, l’operatore a fare il primo passo verso il paziente, ma non è sempre così. E’ difficile l’approccio con chi rivolge lamentele, rimproveri e lo è ancor più riuscire ad accoglierlo la volta successiva. Eppure l’operatore non può aspettarsi che il paziente sia lui per primo a comportarsi nel modo desiderato, che sia comprensivo della fatica e dello stress del lavoro assistenziale: sta a noi prendere l’iniziativa di un rapporto che faccia avvertire al paziente il nostro interessamento, la stima, la fiducia, il desiderio sincero di essergli di aiuto.
Un tale atteggiamento dell’operatore può facilitare un atteggiamento simile nel paziente per cui scaturisce una reciprocità, una sintonia di intenti, “un’alleanza terapeutica”.
L’impegno ad essere coerenti tra i valori spirituali e la loro attuazione nella professione non riguarda soltanto il rapporto con i pazienti.
La spiritualità investe anche le persone degli operatori e il rapporto fra loro. Gli atteggiamenti nei confronti dei pazienti vanno vissuti anche nei confronti dei colleghi.
Il processo formativo è ancora oggi più rivolto ad uno svolgimento “autonomo” della professione: di conseguenza nei diversi luoghi assistenziali quello che più spesso viene in evidenza è piuttosto l’individualismo, lo spirito di corpo, la difesa del proprio ruolo, l’obiettivo della carriera anche a scapito degli altri colleghi.
D’altra parte, il lavoro insieme non si improvvisa, non è sufficiente trovarsi ad interagire nello stesso ambiente di lavoro per creare l’équipe: è necessario piuttosto che i diversi operatori lo perseguano attivamente.
Inoltre l’équipe non va letta solo nella prospettiva del paziente, anzi, dovrebbe essere letto prima di tutto nella prospettiva degli operatori: è il primo luogo per elaborare anche quegli oneri psicologici e spirituali che il lavoro assistenziale, nel tempo, può comportare. La possibilità di condividere con altri il coinvolgimento emotivo di fronte ad una situazione particolarmente dolorosa, di confrontare una decisione difficile, di chiedere un parere, è un aiuto fondamentale, si rivela anzi “terapeutico” per la persona dell’operatore.
Ma perché un gruppo multidisciplinare risulti efficace, tutti i membri devono accettare che nessuno ha tutte le risposte per tutte le domande, dato che tutti in qualche modo dipendono dalla cultura e dalla competenza degli altri. Occorre allora mettersi di fronte a ciascuno nell’atteggiamento di imparare per riuscire a scoprire quale contributo, quale arricchimento può venire da chi lavora insieme a noi.
L’ambiente assistenziale sarà allora realmente “terapeutico”: per il paziente, che respirerà un clima sereno, di attenzione, di ascolto, di cura nel senso più globale del termine, ma anche per gli operatori che si sentiranno apprezzati, valorizzati per il loro lavoro e infine per chi dirige, perché avvertirà meno il peso delle responsabilità e delle decisioni che verranno condivise e partecipate.
Questo “clima”, oltre a migliorare il rapporto medico-paziente, contribuisce ad aumentare l'impatto terapeutico degli interventi.
Si realizza in tal modo una vera reciprocità, in cui pazienti e operatori possono sentirsi “sanati” o risanati” nelle relazioni di cura, in una condivisione di sospensioni, di momenti dolorosi, di nuove speranze, che aiutano a rimettere a fuoco gli aspetti essenziali non solo della professione, ma del significato autentico della nostra vita.

Flavia Caretta

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