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Troppo spesso succede che il paziente che sta morendo, per il quale “non c'è nulla da fare”, venga lasciato da parte per dedicarsi a qualche altro “caso” per cui la nostra attività sembra più utile. Questa frequente esperienza è ancora più grave quando avviene in reparti con delle precise restrizioni come le terapie intensive, dove i parenti non sanno muoversi o hanno paura di affacciarsi. Questa non volontà o incapacità di affrontare questi momenti si riperquote inevitabilmente sulla formazione del giovane medico, che viene a mancare proprio nella sua espressione pratica e quindi più preziosa. Non di rado il medico in formazione, affiancato magari da un infermiere spesso più esperto e formato di lui, si trova a dover affrontare senza esperienza e senza mezzi le ultime ore del paziente, il delicato deporre le armi terapeutiche senza violare la dignità della persona e a dover gestire la comunicazione con i familiari.

Probabilmente questo vuoto formativo nella pratica è dovuto, oltre che ad un vuoto culturale, anche ad una scarsa considerazione di queste tematiche nel corso del curriculum degli stessi docenti o tutor, ma si potrebbe sperare in una inversione di tendenza anche nella formazione medica: una formazione che metta al centro la persona e il rapporto terapeutico che posso costruire con lei, soprattutto in un fallimento terapeutico o una prognosi infausta, una formazione che mi renda capace, oltre che di porre una coretta diagnosi ed elaborare una adeguata terapia di fronte ad una patologia, di prendere in carico la persona malata comprendendo le sue problematiche ed accompagnandola nel percorso della malattia.   

Nelle Scuole di Medicina ci viene insegnato a riconoscere le malattie nell’ottica esclusiva della guarigione. Il medico è colui che salva. Ma bisogna essere realisti: per molte malattie oggi non c’è cura. L’idea dell’insuccesso terapeutico e dell’inguaribilità che si associano alla necessità di prepararsi alla presa in carico di chi muore, non rientrano in nessun insegnamento. (5)

Così il morente è vissuto in modo più o meno esplicito come un fallimento, come una frustrazione del nostro ruolo, del nostro riconoscimento e della soddisfazione professionale. Occorre una formazione più completa per un mutamento di mentalità.

Da quanto detto è evidente che la morte non è un problema al quale si può dare una soluzione tecnica che ci può essere impartita a lezione, o nei confronti della quale più ci si relaziona più si impara. Abbiamo sicuramente bisogno di maggiori opportunità di dialogo e di confronto su questo argomento, ma soprattutto vorremmo che il “care” del paziente avesse la stessa dignità del “cure” nella nostra formazione.

Segnali positivi comunque ci sono come è testimoniato dal titolo eloquente di una national survey uscita già nel 2003: “There is hope for the future” e dimostra come i geriatri americani giudicano eccellente la loro preparazione circa la gestione del fine vita e si sentono preparati a farsi carico del paziente morente grazie a palliative and end-of-life care rotations. (6)

Health Dialogue Culture

Vuole contribuire all'elaborazione di una antropologia medica che si ispira ai principi contenuti nella spiritualità dell'unità, che anima il Movimento dei Focolari e alle esperienze realizzate in vari Paesi in questo campo.


 

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