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cosa_ho_veramente?Ogni giorno del mio lavoro di medico di famiglia riscopro con gioia quale importanza vitale abbia per me vivere la mia giornata lavorativa puntando a costruire rapporti veri con i miei pazienti. Me ne accorgo magari in quei giorni in cui, per stanchezza o preoccupazioni personali, mi ritrovo ad aver visitato tutto il giorno con approssimazione o distrazione e mi sento vuoto, ancor più stanco, e mi viene la noia per un lavoro che mi appare monotono, ripetitivo.

Se faccio il passo di perdere le mie considerazioni, dedicandomi totalmente a quel paziente che ho davanti in quella data circostanza, riscopro immediatamente quanto sia interessante quella storia clinica, quella visita, come la diagnosi e la terapia siano più accurate e mi ritrovo contento di vivere in pienezza la mia professione.

Vedo, per esempio, come sia importante non buttarmi a fare diagnosi alle prime parole del paziente, ma lasciarlo parlare fino in fondo, anche se quanto mi racconta mi sembra ininfluente ai fini diagnostici; trovo sia essenziale che possa prima di tutto sentirsi accettato nelle sue difficoltà e mi accorgo che spesso molte indicazioni determinanti nascono proprio dal clima di comprensione che si crea.

Certo che, avendo molti pazienti, spesso mi ritrovo a dover fare i conti con il tempo, ma ho sperimentato che l’unico modo per risparmiarlo è impiegarlo bene. Ricordo una paziente avanti con gli anni che era in ambulatorio un giorno s’i e uno no per misurare la pressione, la circolazione, i battiti cardiaci ed io avevo un bel dirle che poteva stare tranquilla, che tutto andava bene: lei era sempre li ad occupare buona parte del mio tempo di visita ambulatoriale. Un giorno ero cosi impazientito della sua presenza cronica che pensai di dirle chiaro che doveva rendersi conto che la sala d’attesa era piena di persone; stavo per sbottare quanto mi chiese: “Ma allora, dottore, cosa ho veramente?”. Veramente…non lo sapeva proprio. Mi resi conto che il mio parlare guardando l’orologio mi aveva reso sordo alle sue richieste di aiuto e cieco alle cause del suo malessere; io stesso avevo cronicizzato la perdita di tempo con mio stare nei suoi confronti sempre a metà tra il disponibile e l’indispettito, mentre lei chiedeva tutto o niente. Le proposi un incontro al di fuori dell’orario di ambulatorio e cercai di vivere quell’incontro come se il suo problema fosse l’unico mio problema; parlammo a lungo e si creò veramente un’aria di dialogo profondo; vennero in luce con chiarezza le soluzioni. Da quel giorno è tornata solo raramente in ambulatorio e ogni volta è una gioia incontrarci.  

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