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 un’azione comunitariaStoria di un medico, specialista in salute pubblica a S. Paulo, e del suo lavoro in favore dei meno abbienti

Da 15 anni sono dipendente comunale presso il comune di Vargem Grande Paulista, vicino a S. Paolo.  Dal 2002 al 2004 sono stata direttrice tecnica e assessore municipale della Sanità. In quel periodo ho potuto conoscere meglio il Movimento dei Focolari e lavorare insieme in un programma per la salute della famiglia; abbiamo così costruito un centro sanitario in un quartiere chiamato Jardim Margarida, vicino al Centro Mariapoli nella Cittadella del Movimento dei focolari. Abbiamo un obiettivo comune: lavorare per tutta la comunità senza discriminazioni.

Considero la salute un diritto di ogni cittadino e un dovere dello Stato, perciò non ho mai voluto uno studio privato. Oggi lavoro come medico di famiglia, seguo 938 famiglie per un totale di 3.502 persone: 2.130 adulti, 1.372 tra bambini e adolescenti. Il nostro lavoro ha come obiettivo quello di promuovere azioni concrete che cambino il tenore di vita molto basso a causa delle differenze sociali, dello scarso livello culturale, del basso potere di acquisto, della violenza domestica, dell’abuso di alcool e droghe come cocaina e crack. Convivo con due realtà distinte nella zona dove lavoro: la classe povera e la classe benestante, però la maggior parte dei miei pazienti sono della prima fascia.

In questi due anni di lavoro con la comunità, alcuni indici sono migliorati: è diminuita la mortalità infantile, quella materna, e quella precoce dovuta a ischemia cerebrale. In sala di attesa si siedono insieme il proprietario di una tenuta e il suo custode. Questo atteggiamento diverso secondo me è la via migliore  per  costruire il dialogo e la pace.

Da 25 anni mi adopero in questa professione che ho scelto perché credevo l’unica che mi permette di avvicinarmi a tutti gli esseri umani senza distinzione. A questa mia scelta ha contribuito l’influenza di due medici vissuti in periodi diversi: Albert Schweitzer, alsaziano, teologo protestante, che è diventato medico a 30 anni e nel 1913 è andato in Africa dove ha costruito un ospedale e Ernesto Guevara, il  “Che”, argentino, che dopo aver conosciuto la realtà latino-americana, è diventato un rivoluzionario. Erano entrambi idealisti.

Praticando la mia professione  ho imparato che ogni giorno è una pagina bianca e che dobbiamo essere preparati a viverla con entusiasmo e amore…che abbiamo tutti dei limiti, che non siamo migliori di altri e un giorno moriremo tutti, giovani o vecchi. Ho imparato ad essere premurosa con quelli che vivono accanto a me, ad essere cauta nel criticarli e a vederli inseriti nel loro contesto. Cerco di non rattristarmi quando non vengo capita e di non pretendere da nessuno di essere ricambiata. Ho imparato che è dando che si riceve… Ho ricevuto e ricevo tanta gioia, tante vere soddisfazioni: niente di materiale, ma qualcosa che non ha prezzo e che mi aiuta ad essere una persona felice, allegra, fiduciosa e amante della pace.

Sono non credente.

di  Maria Virginia Rubin de Celis

Health Dialogue Culture

Vuole contribuire all'elaborazione di una antropologia medica che si ispira ai principi contenuti nella spiritualità dell'unità, che anima il Movimento dei Focolari e alle esperienze realizzate in vari Paesi in questo campo.


 

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