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Relazione medico-paziente: trattamento di prima scelta?

effetti_pratici_della_comunicazione_in_medicinaGli effetti pratici della comunicazione in Medicina

Chiedersi se la relazione ha un ruolo nel conseguimento degli scopi della medicina presuppone in via preliminare la definizione di tali scopi: che cosa ci proponiamo noi tutti, ciascuno nel suo ruolo, come medici?Una risposta in termini comuni può essere: aiutare le persone a vivere di più e meglio. In altre parole, potremmo dire: ridurre il numero dei decessi prematuri e migliorare la qualità di vita.Per la loro stessa natura, questi obiettivi lasciano spazio ad un continuo miglioramento. Possiamo chiederci in quale misura oggi la medicina riesca a perseguirli.

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Rapporto medico-paziente: aiuta a guarire?

med002Non sono un esperto di comunicazione, né tantomeno di psicologia. Sono medico da 32 anni, con la precisa ed immediata scelta della chirurgia, e dell’università. Ma nella mia esperienza ci sono anche circa 13 anni di medicina di base e 10 anni di guardia medica; quelli risalenti agli inizi della mia professione, quando era necessario mantenersi in qualche modo: allora gli specializzandi non erano retribuiti in alcun modo, anzi…l’ambiente universitario era prodigo di promesse e prospettive, ma estremamente avaro in realizzazioni e risorse economiche.

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Una prospettiva della fraternità in medicina: Medicina Dialogo Comunione

Firenze_la _fraternitàAbbiamo ascoltato dagli interventi precedenti come la fraternità abbia una plausibilità scientifica, oltre che avere origini profondamente radicate nella storia e, soprattutto, nelle religioni ebraica, cristiana, islamica. L’associazione Medicina Dialogo Comunione (MDC) intende offrire il proprio contributo per una medicina fondata sul rispetto dell'uomo nel suo insieme (corporeità, spirito, cultura), con l’obiettivo di sostenere una antropologia medica basata sulla centralità della persona.

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Formazione e università

Devo innanzitutto premettere che, sin dalla mia prima decisione di affrontare la carriera medica, decisione sofferta perché inscritta in una tradizionale familiare alla quale volevo con determinazione sottrarmi, ho considerato la mia attività, professionale prima e dopo scientifica, funzionale a un percorso di servizio alla società, alla comunità dei lavoratori e al cittadino. Dunque ho sempre evitato il riferimento a considerazioni che ritengo viete e scontate come quelle della “missione” e dell’abnegazione al malato.La cura del malato, secondo la mia concezione che è anche sociologico-politica, è la cura di una parte della società che soffre della malattia del singolo, in termini sociali ed economici. Dunque il rapporto con il paziente è anche rapporto con la società in cui il paziente vive e lavora. In primis la famiglia che deve essere portata all’attenzione del medico come nucleo essenziale della comunicazione clinica. È nell’ambito familiare che il paziente sopporta le sue sofferenze che inevitabilmente di estrinsecano e si riverberano sulla comunità di primaria vicinanza. Se poi si tratta di una patologia trasmissibile o infettiva, tale cura comunicativa assurge a rilievo di primaria importanza. La seconda area di impatto del paziente è con la comunità di lavoro, il collettivo lavorativo, in cui si riversa l’assenza della capacità lavorativa interrotta dalla fase di malattia. A tale comunità si deve anche rivolgere il curante nello sforzo di anticipare termini prognostici e riabilitativi, atti a configurare una nuova programmazione nell’ambito dell’ambiente di lavoro.

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Il rapporto medico-paziente e il lavoro in equipe

Il rapporto medico-paziente e il lavoro in equipe


Mentre la moderna medicina, sempre più basata su metodi scientifici rigorosi (medicina delle evidenze) sta registrando risultati molto positivi in tutte le sue specializzazioni, più che mai si avverte un’insoddisfazione diffusa e crescente da parte di coloro che sono destinati a beneficiare di tali risultati: i pazienti e i loro familiari.

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L'accoglienza alla vita

L’arte di relazionarsi, proprio perché è più un’arte che un metodo, può perfezionarsi e affinarsi, ma non può essere insegnata.

L’insegnamento deve essere quello che ognuno può trovare in sé, la sua migliore capacità di relazionarsi e i migliori principi per farlo sono quelli cristiani:
la Carità come virtù dominante (1 Cor 13: «Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità!») e il rispetto, cardine dell’amore, verso il prossimo, da applicarsi in ogni forma di contatto con il malato.

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Medicina e solidarietà

«Io sono stato creato in dono a chi mi sta vicino e chi mi sta vicino è stato creato in dono per me»: bellissime parole, ma come è possibile realizzarle sul piano pratico ed educativo visto l’epoca in cui viviamo?

In un periodo, come l’attuale, in cui dominano la tecnologia da una parte e il ritorno economico dall’altra, puntare esclusivamente sul messaggio etico individuale non può ormai più portare a risultati pienamente soddisfacenti.È indispensabile, invece, trovare le motivazioni giuste per discutere di una “nuova solidarietà” 1. «Nuova» perché oltre ad essere basata sui principi etico-religiosi, sappia anche trovare una giustificazione in comportamenti capaci di ottimizzare l’efficacia e l’efficienza degli interventi assistenziali realizzati non attraverso iniziative singole, ma con la partecipazione di tutta la comunità. È proprio il settore medico-assistenziale in cui risulterebbe particolarmente utile realizzare un’educazione alla solidarietà basata su risultati ottenuti da ricerche di biologia o di medicina clinica. Ad esempio, diversi studi documentano l’efficacia del supporto affettivo sul decorso di malattie comuni come l’infarto del miocardio, l’ictus cerebrale o la malattia di Alzheimer.

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Rapporto medico-paziente: condizione di umanità

Ho iniziato la mia carriera professionale di medico in Germania e dopo aver lavorato per quattro anni in una clinica di riabilitazione della Foresta Nera, mi sono trasferito in un ospedale per acuti nella città di Offenburg. Un giorno in terapia intensiva era stato ricoverato un paziente, originario della Germania Orientale, che aveva potuto emigrare in quella Occidentale solo dopo aver raggiunto l’età della pensione; il governo della Repubblica Democratica Tedesca infatti, mentre non permetteva che nessun cittadino in età lavorativa abbandonasse il paese, favoriva l’uscita dei pensionati che ne facevano richiesta, lasciando così che fosse poi la Germania Federale a farsi carico della relativa spesa pensionistica.

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Dalle due parti della barricata: un medico paziente

Come diventai oncologo

Una mattina del 1960 volai a Montreal, grazie a una borsa di studio, frequentai il Santa Cabrini Hospital. Fu un’esperienza positiva e non solo per la mia attività professionale. I colleghi furono gentili e disponibili, ma furono soprattutto quelle sante donne delle suore ad aiutarmi nelle prime settimane. Così come la loro fondatrice aveva preso a cuore l’assistenza agli emigrati, loro presero a cuore questo giovane medico emigrante e mi insegnarono non solo a parlare un inglese corretto e fluente, ma anche che l’assistenza ai malati deve essere sia tecnica che umana… e soprattutto a colloquiare e ascoltare i pazienti…

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La relazione medico-paziente e l'handifobia

Una certezza che emerge da anni di contatto con pazienti piccolissimi è che quando il rapporto con il malato è a senso unico, sicuramente è un rapporto non corretto. In altre parole, con il tempo si impara che sia il paziente che il medico hanno bisogno l’uno dell’altro. E non in senso “moralista”, ma in senso pratico: quante cose si imparano quando si ascolta chi soffre... quante cose si vedono quando si va oltre la routine e la somministrazione rituale di medicine... Si vedono segni e sintomi che prima sfuggivano. Uno sguardo e un silenzio mostrano un disagio o un esito positivo, più di certe analisi. E da questo, il passaggio ad un vantaggio “morale” per il medico è presto fatto. Di fronte alla sofferenza di un bambino non si può non ridimensionare le proprie visioni sulla vita, orientarle in modo giusto, lavorare più alacremente: imparare ad essere dei medici migliori.

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Coltivare l'umanità

Le interazioni medico-paziente costituiscono un fenomeno sociale complesso in cui entrambi i partecipanti intervengono con aspettative reciproche. All’interno di questa trama relazionale il processo comunicativo può influenzare, in modo rilevante, la soddisfazione sia del paziente, in relazione alla visita medica, all’accettazione delle terapie e alla riduzione delle sue preoccupazioni, che dell’operatore in termini di successo del trattamento.

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Health Dialogue Culture

Vuole contribuire all'elaborazione di una antropologia medica che si ispira ai principi contenuti nella spiritualità dell'unità, che anima il Movimento dei Focolari e alle esperienze realizzate in vari Paesi in questo campo.


 

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